Il lavoro povero non è incluso nel pacchetto vacanza

CLAIM N.3, NESSUNO LAVORA DA SOLO

A metà marzo, a un convegno organizzato da alcune associazioni romane per chiedere la regolamentazione degli affitti brevi turistici, l’assessore al turismo di Roma Capitale Alessandro Onorato ha espresso perplessità sulla possibilità di limitare questa forma di impresa, anche perché il gettito della tassa di soggiorno sarebbe diventato una voce centrale nel bilancio capitolino.

Il turismo a Roma è in crescita da anni. Interrotta dalla pandemia, la traiettoria di crescita ha ripreso con la riapertura delle attività e ha registrato un più 10% di presenze dal 2019: quasi 6% nel 2023 e poi ancora 4,5% tra il 2023 e il 2024, nel 2025 le presenze sono aumentate ancora del 3,4% secondo i dati del Comune. Insomma, ogni anno Onorato annuncia un nuovo record di presenze grazie al quale Roma guida la classifica del gettito della tassa di soggiorno, arrivata a 303 milioni di euro nel 2025 per l’Osservatorio nazionale Jfc.

Nel 2025, il sindaco di Roma ha annunciato l’apertura di 14 nuovi hotel di lusso nella Capitale. Ogni turista che dorme in un hotel a cinque stelle paga all’amministrazione della città dieci euro a notte, che finiscono nel calderone del bilancio comunale. Ma non ci sono dati chiari sulla destinazione dell’imposta di soggiorno. Stando alle dichiarazioni ufficiali questa finanzierebbe il rifacimento di strade e piazze nel centro storico e in altri interventi di decoro urbano, ma non migliorerebbe direttamente le condizioni di vita di tutti quei lavoratori che in centro non abitano e grazie a cui il turismo è possibile. Come le cameriere ai piani che ogni giorno cambiano le lenzuola, puliscono i bagni e riempiono il minibar negli alberghi, e che portano a casa poco più di dieci euro per ogni ora di lavoro quando va bene. Quando va meno bene, lavorano senza certezze con un part-time involontario o uno stagionale rinnovato di anno in anno.

A questo si aggiunge l’inflazione che erode il potere di acquisto dei lavoratori: diminuito del 17% in tre anni secondo dichiarazioni della Cgil nel 2023, di un totale del 10,5% tra il 2019 e il 2024 secondo l’Istat.

Secondo un recente studio di Cgil, nel 2023 erano 6,2 milioni (il 35,7% del totale) i dipendenti del settore privato che hanno percepito meno di 15 mila euro lordi annui, guadagnando, nel migliore dei casi, mille euro netti al mese. Il turismo e la ristorazione sono tra i settori più colpiti da questa dinamica.

Nel 2024, le attività di alloggio e ristorazione hanno impiegato due milioni di lavoratori in Italia, oltre l’11% del totale, rendendolo il terzo settore per impiegati dopo quelli del manifatturiero e del commercio. Ma questi lavoratori hanno le retribuzioni più basse di tutti: 11.233 euro l’anno in media, secondo l’Inps. Sono, insomma, lavoratori poveri, che svolgono mansioni servili in condizioni precarie.

Nel Lazio, evidenzia un altro studio di Cgil, «alloggio e ristorazione, servizi alla persona, attività artistiche e parte del commercio concentrano quote molto elevate di lavoratori che guadagnano meno di 15mila euro l’anno, con punte del 65% nel turismo».

Non sorprende, allora, assistere da qualche anno al rituale lamento di imprenditori turistici che non trovano personale. Nell’ultimo anno le assunzioni sono aumentate ma il fabbisogno resta alto, al punto che per il 2025 Confcommercio ha definito la carenza di manodopera nei settori del commercio, della ristorazione e dell’alloggio, quantificata in 260mila posti vacanti, come «un’emergenza» per settori considerati cruciali per il sistema economico italiano. Potrebbe essere proprio questo fattore, la carenza di lavoratori, ignorato dalle retoriche istituzionali che promuovono il turismo come il «petrolio d’Italia», a frenare la sua crescita.

Si corteggia un’élite internazionale di ricchi, turisti, pensionati, nomadi digitali e studenti facoltosi, insomma, una popolazione temporanea con una più alta capacità di spesa della nostra, attraverso la deregolamentazione urbanistica e la creazione di nuova offerta abitativa e ricettiva di lusso

In tutta Italia mancano infatti commessi, macellai, gastronomi, camerieri di sala, barman, cuochi e pizzaioli, gelatai, camerieri, addetti alla pulizia e al riassetto delle camere. Tra gli operatori del settore è cosa nota. Gli imprenditori turistici della riviera Romagnola già da qualche anno hanno messo in campo strategie di riduzione delle attività per fronteggiare la carenza di personale, si capisce leggendo lo studio pubblicato nel libro sulla trasformazione del turismo in Italia I turismi visti dall’ultimo miglio, a cura di Aldo Bonomi, edito da Derive Approdi.

La carenza di lavoratori è conseguenza anche di un dato demografico ormai strutturale. Manca la sostituzione della popolazione in età lavorativa. La popolazione italiana invecchia e diminuisce, e si riduce il tasso di attività. In questo scenario, una politica economica sensata dovrebbe migliorare le condizioni di lavoro e di vita dei giovani che ogni anno lasciano l’Italia a frotte, e puntare sull’attrazione di lavoratori da altri Paesi. Non solo non si fa nulla di tutto ciò, ma si fa esattamente il contrario: si corteggia un’élite internazionale di ricchi, turisti, pensionati, nomadi digitali e studenti facoltosi, insomma, una popolazione temporanea con una più alta capacità di spesa della nostra, attraverso la deregolamentazione urbanistica e la creazione di nuova offerta abitativa e ricettiva di lusso, attraverso misure fiscali regressive come le flat tax su redditi e pensioni generate all’estero. Tutte cose che contribuiscono a peggiorare ancora di più le condizioni di vita della popolazione locale, a causa dell’aumento del costo della vita e delle case che la crescita del turismo induce.

La più alta capacità di spesa delle popolazioni mobili, infatti, droga il mercato locale rendendolo inaccessibile per i residenti. Questa dinamica è molto evidente nel mercato immobiliare, dove in assenza di regolamentazioni degli affitti brevi la crescita del turismo innesca un dirottamento dell’offerta delle locazioni a un target più ricco e più mobile di popolazione. L’assenza di misure di redistribuzione della spesa turistica, che finisce per un terzo in alloggio, alimenta così soprattutto le rendite immobiliari. E il conseguente aumento dei costi delle case e della vita nelle città, spalmato sulla collettività, non solo non è compensato dal gettito della tassa di soggiorno, ma finisce per assorbire anche eventuali crescite dei magri salari guadagnati localmente.

L’aumento del peso delle rendite, un meccanismo alimentato dal turismo non regolamentato, blocca la crescita economica delle città. Analizzando l’impatto del Giubileo del 2000 sulla città di Roma, la Banca d’Italia ha trovato che gli effetti macroeconomici sulla provincia di Roma si sono annullati a distanza di circa dieci anni dall’evento, portando però una ricomposizione permanente dell’occupazione verso settori a più bassa produttività, come costruzioni, alloggio e ristorazione. In un altro studio più recente sull’economia di Roma (“L’economia di Roma negli anni duemila” Questioni di Economia e Finanza n. 793, settembre 2023, Banca d’Italia), i ricercatori della Banca d’Italia evidenziano una rapida crescita dell’occupazione nei servizi a bassa intensità di conoscenza, anche a causa del forte incremento dei flussi turistici, con una sensibile riduzione della specializzazione nei servizi ad alta intensità di conoscenza e una forte espansione delle occupazioni meno qualificate. Insomma, se il turismo cresce, cresce anche il lavoro povero.

Visto dal basso, dal punto di vista dei lavoratori, il turismo è un’economia coloniale. L’industria turistica estrae valore dai territori grazie al lavoro sottopagato di migliaia di persone, restituendo in cambio pochi benefici e molti costi. Il problema non sono i turisti, ovviamente: il problema è l’assenza di politiche che rendano il turismo sostenibile e generativo per tutti. Il problema è che si continua a puntare su un settore a basso valore aggiunto, a bassa produttività, a bassa innovazione, a bassi investimenti e a bassi salari come un settore strategico per la crescita economica del Paese. Il problema è tutto quello manca oltre al turismo.

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Sarah Gainsforth

Sarah Gainsforth è saggista e giornalista freelance, scrive di casa e abitare, di turismo e gentrificazione, di politiche abitative e di trasformazioni urbane. Collabora con Internazionale e Il Manifesto. Il suo ultimo libro è L’Italia Senza casa, Politiche abitative per non morire di rendita (Laterza, 2025). Vive e lavora tra Roma e Goriano Valli.