Il turismo nella stagione dei ricchi

ARCHALP 1 giugno 2026

Per alcuni decenni, nel secolo scorso, il turismo è stato abbastanza economico da apparire come democratico. Ma il turismo, come la mobilità in generale, è uno specchio: riflette i cambiamenti che attraversano la società. L’espansione del turismo come pratica di consumo di massa è stata strettamente legata all’emergere del ceto medio nei paesi occidentali, nel secondo dopoguerra. Da una parte il miglioramento delle condizioni di lavoro, la maggiore disponibilità di reddito, l’introduzione di ferie pagate e il mutamento di stili di vita e consumo, dall’altra le innovazioni nel campo dei trasporti, hanno “democratizzato” la pratica del viaggio, un tempo appannaggio di ceti aristocratici e poi borghesi. Il turismo di massa è insomma il prodotto di un certo assetto economico che ha modificato profondamente il territorio. La costruzione di infrastrutture per la mobilità e per il tempo libero, di una enorme quantità di seconde case, di alberghi, resort, villaggi vacanza sulle coste, impianti sciistici e altre strutture funzionali a un’offerta standardizzata sono le tracce tangibili di questa pratica massificata.

A partire dagli anni Duemila il turismo è cresciuto in maniera esponenziale per effetto della rivoluzione del low-cost e di piattaforme digitali, come Airbnb, che hanno aperto nuovi mercati, rotte e destinazioni. Nella crescita del turismo hanno pesato moltissimo le politiche e gli investimenti pubblici destinati a promuovere città e territori dove far arrivare la spesa turistica, in parte per compensare la riduzione dei trasferimenti statali. Con la svolta neoliberista degli anni Novanta, infatti, molte città hanno adottato modelli di governance imprenditoriali, volti a facilitare l’ancoraggio di capitali privati. In questo scenario, l’offerta di soluzioni di viaggio e alloggio low-cost è servita anche, dal lato della domanda, a mascherare la caduta dei salari reali causata proprio dalle politiche neoliberiste: non è un caso che negli anni della sua ascesa, Airbnb, la piattaforma digitale creata con milioni di dollari di capitali di rischio della Silicon Valley, si sia presentata addirittura come un “movimento della classe media” perché locare la casa a turisti tramite Airbnb, anziché esigere salari più alti e misure di welfare, avrebbe consentito alla classe media proprietaria di restare a galla.

Ma già nel 2008, l’anno di nascita di Airbnb, la classe media occidentale era in gran parte scivolata in povertà. Oggi l’erosione del potere d’acquisto della classe media a favore dell’aumento della ricchezza dei più ricchi è riflessa nella trasformazione dell’offerta turistica e non solo: la “medietà” è scomparsa in una dinamica di polarizzazione tra lusso e low-cost che ridisegna ancora una volta i luoghi. Il tempo delle ferie si è ridotto e la vacanza di massa lascia il posto a week-end nelle capitali collegate dalle rotte low-cost o a soggiorni nei resort di lusso che consumano il suolo nella regione del Mediterraneo, principale destinazione turistica globale. Mentre i grandi alberghi e i pacchetti turistici standardizzati sopravvivono ancora per poco con le pensioni degli ultimi dei “boomers”, il mercato si riorienta per segmenti e nicchie con offerte personalizzate ricche di esperienze, riposizionandosi prevalentemente verso l’alto, nella fascia del turismo di lusso.

Un reportage su Disneyland pubblicato ad agosto scorso dal New York Times, “Disney and the Decline of America’s Middle Class”, illustra egregiamente questa trasformazione: il parco divertimenti più famoso del mondo non è più accessibile al ceto medio di cui è stato a lungo il simbolo. «Oggi il mercato più importante degli Stati Uniti è quello dei ceti benestanti» scrivevano gli autori. Le esperienze si differenziano in base alla capacità di spesa di ciascuno, grazie alla profilazione attraverso l’uso dei dati: «l’ascesa di internet, degli algoritmi, degli smartphone e ora dell’intelligenza artificiale sta fornendo alle aziende gli strumenti per rivolgersi con crescente facilità alle masse in rapida crescita di americani con un patrimonio netto elevato».

Anche gli italiani viaggiano complessivamente sempre meno a causa della riduzione del potere d’acquisto correlata all’inflazione e alla compressione dei salari (negli ultimi 15 anni il numero di viaggi degli italiani in Italia e all’estero è crollato da 107 milioni di viaggi nel 2009 a 46 nel 2024, secondo l’ISTAT) mentre i ricchi diventano sempre più ricchi: tra il 2016 e il 2020 la ricchezza del 5% degli italiani più ricchi è aumentata del 20%, e nel 2022 il 10% più ricco delle famiglie possedeva il 52% del patrimonio netto complessivo, in aumento di due punti percentuali dal 2020, secondo la Banca d’Italia. Neanche le vacanze brevi, quelle da una a tre notti, hanno compensato il crollo delle vacanze e dei viaggi della classe media. Dunque il turismo in Italia vive sempre di più del turismo degli altri. Questa dinamica si riflette nella crisi delle destinazioni tradizionali del ceto medio italiano, come quelle balneari, e nella crescita significativa e recente del segmento di alta gamma, quello del lusso, alimentato soprattutto dalla spesa straniera. Addirittura, secondo un’indagine sull’offerta alberghiera di Thrends, entro il 2028 l’Italia diventerebbe il secondo paese, dopo gli Stati Uniti e prima della Cina, per ospitalità di lusso, con 170 nuove inaugurazioni di strutture “premium”, per un totale di 900 alberghi di lusso sul territorio nazionale. L’aumento delle presenze “élite” negli hotel 5 stelle e 5 stelle lusso è confermato da altre indagini, come quella di Demoskopika, che registra un più 9,2% annuo negli ultimi 15 anni grazie «all’attenzione alla qualità dei servizi, la valorizzazione delle destinazioni di pregio e la creazione di esperienze esclusive per la clientela». Anche il settore extra-alberghiero è in forte crescita (l’Italia è il quarto paese al mondo per annunci su Airbnb) così come quello delle seconde case acquistate da stranieri: secondo Scenari Immobiliari, nel 2025 le famiglie straniere hanno speso 5,5 miliardi di euro per l’acquisto di immobili in Italia, il livello più alto dell’ultimo decennio. Gli acquirenti tedeschi rappresentano il 70% del totale, seguiti dai nordamericani e dai britannici, che acquistano case soprattutto in Sicilia, Puglia e Lazio.

A livello globale, la trasformazione del turismo rifletterà alcuni “megatrends”, grandi cambiamenti sociali, economici, politici, ambientali e tecnologici. Se nei paesi occidentali la classe media è sul viale del tramonto, nei paesi asiatici questa è nella fase di emersione, rappresentando una potenziale nuova domanda per i mercati ricettivi occidentali: il forte aumento del potere d’acquisto e dei consumi della classe media globale è destinato a svolgere un ruolo fondamentale nell’economia mondiale nei prossimi anni, secondo l’OCSE. Al tempo stesso, però, la rapida crescita di nuove tecnologie, e nello specifico dell’intelligenza artificiale e quindi dell’automazione, potrebbe minare l’ascesa della nuova classe media, creando uno scenario di aumento della povertà e delle disuguaglianze. Da un punto di vista demografico, accanto alla comparsa di nuovi stili di vita e di consumo tipici delle nuove generazioni, va registrato l’invecchiamento della popolazione: secondo l’OCSE la percentuale di over 60 nella popolazione mondiale raddoppierà nei prossimi 35 anni. Se dal lato della domanda questo dato, insieme al possibile miglioramento di redditi nelle economie “emergenti”, potrebbe significare un aumento della pressione sulle destinazioni turistiche, sul lato dell’offerta l’effetto dell’invecchiamento della popolazione si traduce in una riduzione della popolazione in età da lavoro e quindi in una carenza di manodopera. In Italia questo è già oggi un dato strutturale: non si trovano camerieri, cuochi, barman, pizzaioli, commessi e altre figure professionali per colpa di salari bassi e condizioni precarie, ma anche perché mancano proprio le persone. A causa della cronica carenza di personale, in località turistiche come la Riviera Romagnola è in atto un ridimensionamento delle aziende dell’ultimo miglio della filiera turistica. Dunque gli annunci sulla crescita del turismo sembrano in parte fare i conti senza l’oste.

Se a questo fattore aggiungiamo i vincoli ambientali naturali e imposti da norme di tutela delle risorse naturali su cui il turismo si fonda, gli effetti del cambiamento climatico lungo le coste e in località montane ma anche in città come Roma (che vanta un triste primato di eventi meteo estremi, secondo Legambiente), l’instabilità geopolitica data da conflitti e misure di protezionismo in campo commerciale, diventa difficile prevedere l’andamento futuro dei flussi turistici.

Due tendenze sono però già adesso evidenti, particolarmente in Italia: l’impatto socialmente selettivo dei cambiamenti in atto e la creazione di nuove frontiere per alimentare un’economia fondata sempre di più sulla spesa di ricchi stranieri, dai tratti esplicitamente coloniali. Mentre la popolazione più povera si avvia a pagare i costi del low-cost – ovvero la fine, con la transizione ecologica, delle condizioni che hanno reso possibile questo modello, tra cui politiche, sovvenzioni e contributi a settori inquinanti – l’offerta di lusso, ugualmente insostenibile, sta vivendo come detto una fase di crescita. Il tema di cui si avverte l’assenza nel dibattito sul futuro del turismo è la necessità di una gestione pubblica e politica dell’offerta turistica, al di là delle misure di stampo securitario che privatizzano i beni pubblici, per esempio introducendo biglietti d’ingresso, per contrastare fenomeni di congestione. L’indebolimento del governo delle trasformazioni territoriali, scardinato da ondate di deregolamentazione e “semplificazione” urbanistica che oggi caratterizzano molti paesi del Sud globale (come l’istituzione di una Zona Economica Speciale Unica per il Mezzogiorno in Italia) affida le sorti del turismo, e quindi dei territori, al mercato, alla domanda turistica e all’evoluzione dei consumi privati globalizzati. In questo scenario, il rischio che la “rivitalizzazione” di territori “frontiera” attraverso il turismo, in particolare quello residenziale di seconde case, produca processi di valorizzazione immobiliare (anche in contesti dove i costi di ristrutturazione del patrimonio edilizio superano i valori di mercato) che a loro volta allontanano abitanti anche potenziali e attività non turistiche, è già oggi evidente nelle aree del Paese dove cresce la domanda degli stranieri benestanti. Sono queste le nuove “frontiere” turistiche, in Italia e nel Sud globale, destinatarie di flussi di investimenti a caccia di risorse che riproducono e alimentano i divari globali a livello locale. Il tema è insomma l’assenza diffusa di una pianificazione territoriale che definisca modalità eque di gestione e di appropriazione delle risorse, anche attraverso il turismo.

Le Alpi rappresentano un caso paradigmatico di queste tensioni. La crisi del turismo invernale legata al riscaldamento climatico e alla scomparsa della neve sotto i duemila metri – con il conseguente intensificarsi dell’innevamento artificiale, che già oggi assorbe risorse idriche ed energetiche in competizione con altri usi del territorio – non si traduce automaticamente in una riconversione sostenibile verso forme alternative di frequentazione. E non bastano le “buone pratiche”: la crescita quantitativa dei flussi turistici è un problema, che non può essere ovviato con la destagionalizzazione e lo “spalmare” il turismo in località secondarie, soluzioni-mantra troppo astratte. Come scrivono Harald Pechlaner e Giulia Isetti (Eurac Research) in Sustainable Tourism Scenarios for the Alps, «un’offerta turistica realmente sostenibile difficilmente può essere realizzata con un approccio laissez-faire». Tra le misure da adottare, i due esperti indicano la necessità di «stabilire un numero massimo di visitatori ammessi in un sito». Luoghi come il Lago di Braies sono presi d’assalto da migliaia di turisti, come fondali per selfie nonché teatri di incidenti e soccorsi a carico degli enti pubblici sia d’estate che d’inverno. Ma limitare non basta: anche nelle Alpi molte destinazioni, tra cui le stazioni sciistiche, si stanno riposizionando sul segmento del lusso puntando su un turismo residenziale d’élite, riproducendo anche in quota le stesse dinamiche di estrazione di valore e di allontanamento degli abitanti già osservabili nelle città d’arte e nelle riviere. Si delineano così, riprendendo Andrea Membretti, «nuove frontiere geografiche per un’economia del turismo insostenibile e sempre più diseguale».

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Sarah Gainsforth

Sarah Gainsforth è saggista e giornalista freelance, scrive di casa e abitare, di turismo e gentrificazione, di politiche abitative e di trasformazioni urbane. Collabora con Internazionale e Il Manifesto. Il suo ultimo libro è L’Italia Senza casa, Politiche abitative per non morire di rendita (Laterza, 2025). Vive e lavora tra Roma e Goriano Valli.