Un villaggio vacanze chiamato ‘borgo’, un resort extralusso costruito dal nulla, un luogo disabitato di completa finzione, popolato da camerieri. È Borgo Egnazia, un resort progettato come un paese immaginario, costruito di fronte al mare nel paesaggio rurale di olivi millenari della Costa dei Trulli in Puglia, scelto dal governo Meloni per ospitare a giugno scorso il vertice del G7. Il resort ha ripreso il nome da un’antica città costiera che sorgeva poco distante, lungo la via Traiana, le cui rovine sono state saccheggiate per oltre un secolo prima dell’avvio degli scavi ufficiali, nel 1912; oggi l’antica città è uno dei più importanti siti archeologici della regione. Nelle immagini del vertice, però, questo paesaggio non compare. Nelle foto diffuse dalla stampa i capi di governo sono infatti ritratti nel prato verde del campo da golf del complesso turistico, i nasi all’insù mentre scrutano il cielo da cui piovono bandiere nazionali paracadutate dalla Folgore. Nelle foto di gruppo ufficiali i capi di governo stanno in fila all’ingresso del resort allestito per l’occasione. Il luogo indicato nella comunicazione ufficiale dell’evento non è stato il Comune di Fasano o la sua frazione, Savelletri, dove di fatto Borgo Egnazia sta, ma la struttura ricettiva stessa. La finzione ha preso il sopravvento.
La famiglia Melpignano, proprietaria di Borgo Egnazia, ha fatto da apripista alla crescita del turismo di lusso in Puglia convenendo negli anni Novanta la Masseria San Domenico in un albergo di lusso. Altre masserie-resort sono seguite, insieme al campo da golf da 18 buche e l’arresto, nel 1997, del capofamiglia Sergio nell’ambito di una tangentopoli romana. Questo non ha impedito all’attività di famiglia di continuare a crescere. Borgo Egnazia è diventato un via vai di attori, calciatori e cantanti, milionari, ereditieri e stilisti. La cantante Madonna vi festeggerebbe i compleanni. Nel 2012 il resort ha ospitato il matrimonio di due celebrità statunitensi lanciando la Puglia sul palcoscenico internazionale del turismo di lusso come ‘Wedding destination’, località dove celebrare le nozze. Dieci anni fa è stata la volta dei figli di due milionari indiani, che avrebbero speso dieci milioni di euro per mettere in scena a Borgo Egnazia una cerimonia nuziale di quattro giorni con arrivo di jet privati, elefanti e fiori dall’Olanda. «Un fenomeno sempre più diffuso è il matrimonio celebrato nei borghi, una realtà attrattiva per quegli sposi che si innamorano dell’Italia» si legge sul sito della Regione Puglia. Il problema è che le realtà turisticamente attrattive tendono a modificarsi rapidamente per rispondere alle aspettative dei turisti, diventando sempre meno ‘autentiche’ e sempre più finte.
La costruzione della Puglia turistica
La fondazione di borghi turistici non è una novità in Puglia. Le prime località di questo tipo sono sorte alla fine dell’Ottocento, quando il turismo era un fatto elitario e le stazioni balneari, le ville e i palazzi in riva al mare, i centri terapici e termali, erano riservati all’aristocrazia e della borghesia agricolo-imprenditoriale. Nel secondo dopoguerra, dopo la bonifica delle aree costiere paludose iniziò la costruzione di grandi complessi turistici nel Gargano e nel Salento a opera di imprenditori stranieri. Nel Gargano, dove si puntava a un turismo familiare, le architetture cercavano una modernità borghese avulsa dal contesto locale e dalla sua storia. Nel Salento, intanto, impresari francesi e inglesi puntavano a un turismo ricco e colto, ispirandosi alla tradizione edilizia autoctona popolare per creare uno scenario pittoresco, plasmando l’immaginario pseudo-vernacolare del Sud fatto di casette bianche, trulli e masserie. Negli anni Sessante e Settanta furono costruiti grandi resort come il Club Mediterranée a Otranto, il Villaggio Valtur a Ostuni e il villaggio di Rosa Marina, un’enclave privata di ville con albergo, recintata e con barre mobili e guardiole, costruita in uno dei tratti costieri più belli della Puglia. Il villaggio sarebbe stato ideato alla fine degli anni Cinquanta come il luogo ideale per il ritiro dei funzionari delle colonie britanniche.
Nel secondo dopoguerra il turismo diventò una pratica di massa che portò alla nascita di nuove concentrazioni turistiche e alla devastazione di tratti di costa pugliese, con la costruzione di centinaia di seconde case, spesso abusive, a volte direttamente sul litorale. Nel Gargano già negli anni Sessanta il paesaggio deturpato dal cemento portò a una riduzione del turismo ‘di qualità’, mentre molti invocavano l’introduzione di forme di tutela del territorio. Si sarebbe dovuto attendere il 1985 per l’introduzione della prima legge nazionale per la tutela del paesaggio, la legge Galasso, che tra le altre cose vieta l’edificazione nella fascia di 300 metri dalla linea di battigia.
Negli anni Ottanta l’attenzione turistica in Puglia si è spostata nell’entroterra, dapprima sulle abitazioni del centro storico di Ostuni, acquistate come case vacanza da italiani del Nord, e poi, negli anni Novanta, sulle masserie nelle aree rurali, in particolare nella Piana degli Oliveti Monumentali che si estende lungo la costa adriatica tra Fasano, Ostuni, Carovigno e Monopoli. Nella Piana sono state censite 217 antiche masserie, le grandi aziende agricole abitate, composte da edifici con diverse funzioni oltre agli alloggi dei contadini, come stalle e magazzini, costruite vicino alle estensioni fondiarie di proprietà di famiglie patronali. Negli anni Novanta la loro riscoperta turistica ha contribuito a fenomeni di gentrificazione delle campagne con la trasformazione di masserie e trulli in dimore rurali d’élite. «Sempre più stranieri – soprattutto inglesi, americani e tedeschi – sono interessati all’acquisto di una casa di campagna e praticano una forma di turismo polimorfo, che li vede ‘pendolare’ tra la campagna e il mare, godendo di una vacanza in ‘stile toscano’» si legge nel Piano paesaggistico territoriale regionale (Pptr). La Valle d’Itria e i centri storici di Martina Franca, Alberobello e Locorotondo sono state l’epicentro di questo fenomeno che si è esteso anche nelle campagne, verso la costa, provocando l’esodo da Fasano e Ostuni delle famiglie più povere, che non riuscivano a sostenere l’incremento dei costi della vita prodotto dal turismo.
Oggi le seconde case costruite qualche decennio fa in riva al mare sono già in rovina. Oltre a essere un problema estetico, questo patrimonio edilizio compromette la capacità di adattamento del territorio costiero ai cambiamenti climatici, che si mostrano con eventi estremi sempre più frequenti, un’erosione a tratti intensa e l’innalzamento del livello del mare. Per affrontare questi fenomeni oggi è necessario rinaturalizzare le coste, demolire i manufatti e gli ostacoli rigidi, proteggere e ricostruire il sistema dunale. La passata amministrazione del Comune di Lecce ha fatto un lavoro esemplare per correggere gli errori del passato e promuovere un nuovo rapporto con l’ecosistema litoraneo, demolendo edifici in rovina lungo la costa, realizzando una rete ecologica, infrastrutture di mobilità dolce e aumentando il numero di spiagge pubbliche per restituire il mare alla libera fruizione dei cittadini. Ma è un’eccezione: pochi comuni in Puglia si sono dotati di un Piano della costa, lo strumento previsto dal Piano regionale delle coste, approvato nel 2015 e che l’attuale consigliere regionale delegato all’Urbanistica e al Paesaggio, Stefano Lacatena, ha promesso di modificare anche per sostenere il turismo balneare.
Ma il boom turistico che la Puglia sta vivendo dal 2015 ha già prodotto molti danni. Sempre più case sono locate come case vacanze innescando un processo di aumento dei costi abitativi e di espulsione da quartieri centrali delle città, anche da quelli popolari come Libertà a Bari. Airbnb, la piattaforma che intermedia gli affitti brevi nelle case, ha contribuito attivamente all’incremento del turismo in Puglia inserendo la regione tra le migliori destinazioni turistiche mondiali. Intanto, anche grazie alle politiche regionali di ampliamento degli aeroporti, i collegamenti aerei sono aumentati. In effetti, gran parte della crescita del turismo negli anni più recenti è dovuta proprio agli investimenti pubblici. In particolare due misure del Piano Strategico Turismo Cultura 2030 hanno contribuito in maniera decisiva ad aumentare l’offerta ricettiva, cresciuta del 60 per cento dal 2015, con la creazione di oltre 9.000 posti letto e il recupero di 400 palazzi di pregio storico-culturale. Il Piano Strategico, aggiornato nel 2023, stanzia 74 milioni di euro per la promozione del turismo e 170 milioni per le attività culturali, che hanno anche ricadute sul turismo. È il caso delle attività di valorizzazione dell’architettura rurale, finanziate con 56 milioni di euro, e di quelle per rendere attrattivi i borghi finanziate con 66 milioni di euro. Le attività prettamente per il turismo includono programmi di marketing regionali, campagne di comunicazione degli aeroporti e finanziamenti per nuove rotte low-cost. Ci sono poi fondi per i grandi eventi: tra il 2019 e il 2021 ne sono stati realizzati diciotto, come il celebre Red Bull Cliff Diving, una competizione di tuffi dagli scogli di Polignano a Mare organizzata dall’azienda austriaca che produce la bevanda energetica, e Battiti Live, un festival di musica dal vivo. Anche Borgo Egnazia ha beneficiato di diversi contributi pubblici, alcuni a valere su fondi europei per la coesione economica e sociale, come i 900mila euro stanziati per il campo da golf di Borgo Egnazia.
L’estate scorsa nella campagna intorno a Fasano l’aumento dei turisti ha provocato frequenti interruzioni della corrente elettrica per via del sovraccarico della rete. Nella valle d’Itaria c’è stata una grande crescita di strutture ricettive e ristoranti, grazie a una nuova ondata di ristrutturazioni di masserie; a maggio 2022 il Sole 24 Ore annunciava un ‘boom’ di investimenti e una «corsa alle masserie». A nord di Polignano a Mare è prevista l’apertura di un nuovo polo turistico di lusso con l’investimento di 80 milioni di euro di capitali spagnoli e baresi. «La Puglia è best seller nel mondo per la sua autenticità. Operatori internazionali investono sempre più nella nostra regione e nel turismo di alta gamma» dichiarava nel 2022 l’assessore regionale al Turismo, Gianfranco Lopane, pochi mesi prima di ospitare in Puglia, proprio a Borgo Egnazia, ‘Do Not Disturb’, una fiera del turismo di lusso di cui la Regione è partner. «Consolidare questo mercato è un obiettivo strategico, che porta e porterà ricadute economiche sul territorio», affermava il direttore di Puglia Promozione, Luca Scandale. Ma le ricadute sul territorio sono a oggi tutt’altro che positive.
Campi da golf e piscine dove l’acqua scarseggia
Nella Valle d’Itria, tra Bari, Brindisi e Taranto, gli esperti parlano di progressiva ‘deruralizzazione’ dovuta alla rottura delle relazioni che hanno dato origine alla campagna abitata: relazioni di tipo produttivo, agricolo, a cui si sta sostituendo un uso consumistico del territorio. L’agricoltura si è evoluta nel passaggio da una società rurale a una industriale e poi post-industriale, con un un’economia basata sul terziario. Oggi le difficoltà dell’agricoltura italiana derivano soprattutto dalla competizione internazionale, dall’aumento dei costi di produzione e dal cambiamento climatico. Secondo il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) il declino dell’agricoltura tradizionale è dovuto anche al crescente interesse di giovani agricoltori per attività collaterali come l’agriturismo, e alla competizione nell’uso del suolo. L’agricoltura infatti subisce la pressione di altre attività, come l’edilizia e il turismo, che sono in grado di estrarre una rendita fondiaria maggiore. Rispetto all’agricoltura, il turismo è in grado di estrarre dal suolo più valore economico e per questo si dice che ha un effetto di ‘spiazzamento’ economico, legato alla più alta remunerazione della rendita. Tuttavia in Puglia, la seconda regione in Italia per consumo di suolo dovuto a impianti eolici e fotovoltaici, l’impatto principale sulla trasformazione dei suoli agricoli lo sta avendo non il turismo ma il settore delle energie rinnovabili. Anche il cambiamento climatico, la Xylella e le politiche europee giocano ruoli di rilievo nel cambiamento del paesaggio agrario. La crisi socio-economica e ambientale causata dalla Xylella fastidiosa, il batterio che ha devastato gli olivi nel Salento, sta rafforzando le pressioni mirate all’accaparramento di suoli per la costruzione di impianti fotovoltaici e nuovi resort turistici, mentre i grandi agricoltori spingono per sostituire gli oliveti tradizionali con un’agricoltura intensiva. E i fondi europei hanno escluso i piccoli agricoltori, quelli che coltivano oliveti al di fuori di attività d’impresa e che però gestiscono quasi l’80 per cento della loro estensione, dai contributi per il settore agricolo colpito dalla Xylella. Quando i contributi sono arrivati nel Sud Salento con la Snai (Strategia nazionale aree interne) la strategia adottata è stata quella di promuovere lo sviluppo rurale, ma per incrementare il turismo. Insomma l’agricoltura, anche quella di sussistenza, ha molti competitori e nella Valle d’Itria orti e frutteti lasciano il posto a piscine e giardini con vegetazione tropicale.
Secondo il Piano paesaggistico territoriale regionale, oltre all’abusivismo edilizio la più grave criticità nella zona della Murgia dei Trulli è rappresentata dalla privatizzazione della costa. «Oltre alla perdita del carattere pubblico del litorale, a preoccupare è anche la tendenza alla banalizzazione o all’obliterazione dei caratteri strutturali del paesaggio costiero. Ne è un esempio la costruzione del campo da golf a 18 buche in località S. Domenico, in un contesto peraltro interessato da preoccupanti fenomeni costiere di contaminazione salina delle acque di falda» si legge nel documento.
Un campo da golf tradizionale a 18 buche, con una estensione media di circa 60 ettari, necessita di circa 2.000 metri cubi di acqua al giorno, per buona parte dell’anno, una quantità di acqua che potrebbe soddisfare un paese di 8.500 abitanti. La Puglia è al cuore del Mediterraneo, che è un ‘hot spot’ del cambiamento climatico (ovvero un’area che si sta riscaldando più rapidamente di altre) ed è una delle regioni italiane più soggette al rischio di desertificazione. Ma all’industria turistica questo non importa. In provincia di Taranto è stata annunciata la costruzione dell’ennesimo ‘extra-luxury resort’ con ville, piscine, quattro ristoranti, una Spa e un campo da golf su oltre 75 ettari di terreno, grazie a un investimento di circa 200 milioni di euro. L’area, 202 ettari di terreno in tutto, comprende 40 trulli saraceni e alcuni uliveti. La Maviglia Golf & Spa Resort, come si chiamerebbe il resort, è un’iniziativa di una società svizzera guidata da un ex banchiere e proprietario di una squadra di calcio inglese. A settembre la proprietà ha ottenuto l’autorizzazione a costruire da parte della Zes Unica (la Zona Economica Speciale Unica per il Mezzogiorno), in pratica un nuovo regime di aiuti automatici a pioggia istituito dal governo Meloni. In particolare, la Zes prevede semplificazioni procedurali: il rilascio del permesso a costruire il resort entro due mesi è stato salutato come un ‘miracolo’. «Il Mezzogiorno riparte da qui» ha annunciato Giorgia Meloni. L’autorizzazione unica salta gli strumenti urbanistici ordinari, a eccezione del Piano paesaggistico territoriale. E a dicembre si è saputo che la società dietro il mega-resort non aveva presentato alla Regione Puglia la verifica di impatti ambientali e paesaggistici.
A fine gennaio la Soprintendenza archeologica belle arti e paesaggio di Brindisi e Lecce ha espresso un parere negativo per un altro progetto di resort di lusso sul litorale di Ostuni, che prevede la costruzione di ville con piscine per 600 persone, perché sorgerebbe in un’area di interesse archeologico e paesaggistico. Un altro progetto ancora, quello per un resort con campo da golf nell’area del Comune di Polignano, è stato bloccato nel 2013 dalla Regione. La cosiddetta ‘semplificazione’ burocratica di processi che riguardano il futuro di territori e risorse è spesso una scorciatoia per favorire interessi di investitori stranieri e nazionali, che rischiano di stravolgere un equilibrio millenario.
Sviluppare la coscienza dei luoghi
Nella Piana degli oliveti alcuni dei 212mila olivi monumentali censiti hanno 2.500 anni. Il territorio racconta secoli di storia agraria, dal periodo Messapico ai giorni nostri, attraverso un patrimonio architettonico rurale fatto di vie romane e tratturi medievali, torri costiere normanne e angioine, casedde (trulli) e masserie, canali e frantoi ipogei, piccole chiese e reti di muretti a secco. «Il territorio è qui terra di lavoro, dove non si vende l’immagine, ma il prodotto», ha scritto Alberto Magnaghi, urbanista e pittore, padre della Scuola territorialista e coordinatore scientifico del Piano paesaggistico territoriale della Puglia, tra i primi approvati in Italia nel 2015.
La Scuola territorialista che ispira i principi del Piano concepisce il paesaggio come un bene comune socialmente prodotto, anzi coprodotto dall’uomo e dalla natura, spazio del lavoro e dell’abitare. Il paesaggio è un insieme di relazioni, un sistema vivente che dev’essere curato, trasformato e arricchito per le generazioni future. Non è insomma un ritaglio di territorio da conservare come una cartolina. Più che un sistema di vincoli applicato ad alcune aree protette da un modello di sviluppo lasciato altrove indisturbato, il Piano paesaggistico riguarda tutto il territorio, come strumento per uno sviluppo «endogeno, autosostenibile e durevole». Il Piano sostituisce al ‘parco naturale protetto’ il ‘parco agricolo multifunzionale’: non un museo, ma un laboratorio dove sperimentare nuove relazioni di reciprocità fra città e campagna. È una visione che riconnette il paesaggio come esperienza sensoriale al paesaggio come prodotto di un modello di sviluppo autosostenibile: le due cose non sono in contrasto. La museificazione del territorio è infatti una risposta puramente compensatoria della perdita delle sue funzioni d’uso, produttive. È questa perdita che ha cambiato la nostra percezione semplificando e riducendo il paesaggio all’esperienza visiva: un’immagine, un panorama, un fondale. Ed è così che di solito si ragiona di tutela del paesaggio. La rete di tratturi che collega l’Abruzzo e la Puglia, per esempio, percorsa da 500mila capi a fine Ottocento, è spesso usata come fattore di richiamo turistico, ora che i capi che la percorrono sono ridotti a poche migliaia. Nel 2019, la transumanza è diventata patrimonio culturale immateriale dell’umanità, protetta dall’Unesco; schiere di esperti e ‘stakeholder’ hanno lavorato per ottenere il prestigioso riconoscimento Unesco. C’erano tutti, tranne gli allevatori.
La rottura delle relazioni costitutive del paesaggio, tra filiere di produzione e consumo, tra produttori e fruitori del paesaggio, porta alla costruzione di una «seconda natura artificiale indifferente ai luoghi su cui si appoggia», scrive Magnaghi. Non si trovano più progetti di territorio ma progetti sul territorio, come se questo fosse un supporto bianco e vuoto su cui collocare funzioni: basi missilistiche e boschi di conifere ma anche – si legge nell’introduzione al Piano – l’Ilva, la centrale a carbone dell’Enel di Brindisi, le urbanizzazioni degradate della costa, zone industriali degradate, aree abbandonate e cave dimesse, i sistemi della grande distribuzione, le piattaforme logistiche, le discariche. È questa ‘produzione ordinaria di territorio’ che il Piano paesaggistico vuole riformare, promuovendo lo sviluppo della ‘coscienza di luogo’: la consapevolezza del valore patrimoniale dei beni territoriali essenziali per la riproduzione della vita. Questo è un processo necessariamente partecipato, che riguarda chi abita e produce il paesaggio, e che parte dalla conoscenza esperta locale. «Il paesaggio è il ponte fra conservazione e innovazione, consente alla società locale di ‘ripensare se stessa’, di ancorare l’innovazione alla propria identità, alla propria cultura, ai propri valori simbolici, sviluppando ‘coscienza di luogo’ per non perdersi inseguendo i miti omologanti della globalizzazione economica» scrive Magnaghi nella Relazione generale al Piano paesaggistico territoriale.
Magnaghi aveva capito che il futuro di territori e comunità dipenderà sempre di più dalla modalità di gestione e di appropriazione delle risorse. Il turismo di lusso sfrutta il patrimonio locale e il contesto territoriale per estrarre e catturare ricchezza, sottraendo risorse alle comunità locali per fornire esperienze esclusive a turisti stranieri in paesaggi artificiali. Il paesaggio – quello che non compare nelle immagini del G7 – intanto scompare nel processo di selezione di cosa ammettere e cosa scartare nella costruzione dell’esperienza turistica: quanto più questa è esclusiva ed escludente, tanto più è disconnessa dal contesto. Progettare e realizzare un campo da golf in un’area agricola a rischio siccità e desertificazione è un esempio di questa disconnessione. Questa disconnessione diventa possibile ed è addirittura presentata come fattore di sviluppo locale quando gli abitanti hanno perso la coscienza di luogo, quando i territori smettono di essere terra di lavoro e di produzione per diventare spazi di consumo e rappresentazione.
Il ruolo della cultura
Prima di diventare spendibile nel marketing turistico, l’identità culturale nasce al di fuori di logiche commerciali. Come racconta Fabio Moliterni ripercorrendo le tappe della costruzione dell’identità del Sud in Finzioni Meridionali, nei primi anni Settanta in Puglia una militanza dal basso, più o meno sotterranea, ha iniziato a rivendicare il valore positivo della marginalità, della cultura popolare, del folk revival. Gli anni Novanta sono decisivi per il processo di elaborazione dell’identità del Sud, ma anche per la crescita del turismo. Mentre i centri storici delle città cambiano volto e diventano mete turistiche grazie ai programmi di riqualificazione urbana e di «maquillage» finanziate con fondi europei, Latenza pubblica nel 1996 un libro rivoluzionario, Il pensiero meridiano di Franco Cassano: oltre a evidenziare i costi di quella modernità urbana e industriale che ha prodotto i paesaggi del degrado poc’anzi elencati, il sociologo individuava valori alternativi, come la lentezza, a cui ridare dignità. Soprattutto, scrive Cassano, il Sud deve pensare sé stesso, non deve cioè specchiarsi in una narrazione costruita da altri, altrove – in uno sguardo turistico, verrebbe da dire.
Gli anni Novanta sono gli anni della riscoperta della taranta: il Festival della Notte della Taranta, nato nel 1998 su impulso di alcuni comuni del Salento grazie ai fondi europei, diventa un potente strumento di marketing territoriale. Tra il 2006 e il 2016 i turisti stranieri in Puglia raddoppiano, mentre il Festival e gli eventi collegati registrano tre milioni di spettatori.
Nei primi anni Duemila l’elezione di Nichi Vendola alla guida della Regione ha inaugurato la cosiddetta ‘primavera pugliese’ e, per dirla con lo scrittore barese Nicola Lagioia, la Puglia è passata dal folklore e le cime di rapa all’imprenditoria giovanile e alle start-up. La Puglia è spesso citata come un caso di successo delle politiche culturali e creative avviate in quella stagione; come un caso di successo della valorizzazione del patrimonio culturale, materiale e immateriale, nella promozione dello sviluppo economico. La crescita dei flussi turistici ne sarebbe prova, e in effetti uno studio ha evidenziato il nesso causale tra spesa pubblica e attrattività turistica della Regione. Un altro studio, però, condotto nel 2023 da economisti dell’Università del Salento, ha rivelato un fatto cruciale: la crescita del turismo sarebbe trainata dalla crescita economica, non viceversa. Cade così uno dei pilastri ideologici su cui la promozione incondizionata e acritica del turismo si fonda. Ma che l’economia del turismo, soprattutto quello di lusso, somigli più a una nuova forma di colonialismo, ovvero di crescita economica per alcuni, era già evidente in Puglia, dove alla crescita vertiginosa dei prezzi non è corrisposto un aumento dei salari, neanche di quelli di chi lavora nei comparti turistici.
Soprattutto dopo la pandemia i costi per una vacanza in Salento sono saliti alle stelle. Intervistato per un servizio televisivo sul tema, il titolare di uno stabilimento balneare ha giustificato i prezzi alti parlando di «prezzi giusti per posti giusti», ovvero sostenendo che quei luoghi si pagano cari. Ma quei luoghi, come le spiagge, sono di tutti. Intanto la telecamera inquadrava un piatto di frutta tropicale servito da un ragazzo nero. Di frutta locale se ne coltiva sempre meno perché il settore agricolo è in costante declino da anni. I posti di lavoro nei settori in crescita, quelli dell’alloggio e della ristorazione, non sono posti aggiuntivi. Bisogna insomma guardare non al ritaglio ma al contesto generale per capire se tutto questo turismo di lusso beneficia davvero la Puglia e i pugliesi. Di più, le politiche culturali hanno fatto bene al turismo, ma una rivoluzione culturale, che sarebbe potuta arrivare dalla ‘primavera pugliese’, non c’è stata. Se negli anni Duemila tutto era diventato cultura – anche le sagre della braciola, le patate riso e cozze, il vino, l’olio extravergine d’oliva, scrive Nicola Lagioia – venti anni dopo, possiamo dire che tutto è diventato turismo. Il mercato è penetrato ovunque e la ‘valorizzazione’ del paesaggio e della cultura popolare a opera delle élite locali e straniere sta devastando il territorio con la complicità di una classe dirigente nazionale che considera il Sud come un resort extralusso, un grande campo da golf, una verde colonia per ricchi stranieri.
Per fortuna esistono alternative. Pratiche di gestione collettiva del territorio da parte degli abitanti e visioni dal basso sono capaci di produrre nuovi paesaggi ed economie innovative. Un esempio è il Parco agricolo dei Paduli istituito in un’area di oltre 5mila ettari nell’entroterra meridionale salentino dopo che nel 2003 è iniziato un percorso di progettazione collettiva per valorizzare la campagna in lento abbandono. Il progetto, promosso da alcuni abitanti che hanno poi fondato un’associazione, Laboratorio urbano aperto, ha coinvolto gli abitanti di dieci comuni dell’area ed è diventato uno dei progetti pilota del Piano paesaggistico territoriale. Dal Parco dei Paduli sono nate nuove iniziative come Santi Paduli, un progetto di economia sociale che ha incubato la nascita di un gruppo di cooperative e che promuove le produzioni e le filiere locali del cibo, co-progettando il servizio mensa delle scuole nei comuni dell’area.
Le pratiche collettive sono «nicchie di innovazione che, se sostenute e messe in rete, hanno possibilità di consolidarsi e di estendersi, destabilizzando i regimi consolidati» scrivono Angela Barbanente e David Fanfani. Barbanente è stata assessore regionale alla Qualità del Territorio dal 2005 al 2015 e promotrice del Piano paesaggistico. Il Piano è stato pensato come uno strumento per dare impulso e sostenere queste pratiche diffuse di tutela e valorizzazione del territorio; ha promosso la redazione sperimentale di ‘mappe di comunità’ per tenere conto delle percezioni locali del paesaggio, come del resto previsto dalla Convenzione europea del paesaggio. Il paesaggio è concepito come un bene comune. Questo ha importanti risvolti per le economie dei territori: come ha scritto Barbanente insieme a Laura Grassini, il paesaggio così concepito è un innesco per lo sviluppo, per una strategia basata sui luoghi, che supera una concezione riduttiva del paesaggio come scenario ai fini dello sviluppo turistico, e sposta l’attenzione su pratiche agricole innovative. Sono queste pratiche infatti che consentono «la sopravvivenza del paesaggio, la sua gestione sostenibile e quindi la possibilità di custodirlo». I processi di ricostruzione di culture locali, di recupero della coscienza di luogo e di cura del territorio, sono dunque anche pratiche di democrazia, ed è solo così, con lo sviluppo della società locale, che un territorio ‘riparte’ davvero.