La Repubblica, 5 marzo 2026
Un estratto dal mio saggio 𝐂𝐨𝐧𝐬𝐮𝐦𝐚𝐫𝐞 𝐢 𝐥𝐮𝐨𝐠𝐡𝐢: 𝐨𝐯𝐞𝐫𝐭𝐨𝐮𝐫𝐢𝐬𝐦 𝐞𝐝 𝐞𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚, nel volume 𝐒𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨, 𝐄𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐯𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞, edito da Utet
Abitare è una relazione tra interno ed esterno, tra dentro e fuori, tra un io e un noi, tra privato e collettivo, tra lo spazio personale e il mondo fuori, il contesto di cui siamo parte e che creiamo. È il cambiamento di questa relazione, con lo spostamento del baricentro tra dentro e fuori, tra interno ed esterno, che determina come cambia l’abitare. In altre parole, quello che cambia, ampliandosi o restringendosi nel tempo, è il contesto. Oggi il contesto, cioè lo spazio dell’abitare, non solo si è ristretto moltissimo ma sta letteralmente scomparendo.
Dalla seconda metà del Novecento il baricentro dell’abitare urbano si è spostato tutto all’interno della casa, una casa che per sempre più persone è sempre più piccola, fino a essere ridotta a una serie di angoli – angolo cottura, angolo soggiorno, angolo notte…. Si restringe, eppure costa sempre di più.
Il capitalismo ha reso inabitabile il contesto, lo spazio dello scambio, perché lo scambio è diventato soltanto economico. Di più: entro questo sistema, negli ultimi decenni il modo di produrre ricchezza è cambiato radicalmente: la ricchezza non deriva più dalla produzione di beni di consumo e dal lavoro necessario per produrli e venderli, ma dall’estrazione di valore dall’esistente, attraverso la privatizzazione di sempre più beni e servizi risucchiati dentro il perimetro dell’economia di mercato, in altre parole da beni comuni mercificati.
Il capitalismo esige una crescita potenzialmente infinita a partire dall’estrazione di valore da risorse finite, deperibili, e in teoria non mercificabili. Risorse come il suolo, su cui molta della ricchezza nel capitalismo di regge, grazie all’attività edilizia che lo consuma e che ha trasformato la città in una macchina per fare soldi. Oggi il motore dell’economia urbana è la trasformazione fisica della città, con operazioni di cosiddetta “rigenerazione urbana” di spazi svuotati. La città stessa è il prodotto in vendita, uno spazio che si auto-consuma.
La crisi abitativa, la crisi ecologica, è una crisi del contesto, dello spazio dello scambio non economico, che sta scomparendo con la finanziarizzazione dell’economia che mercifica tutto e rende i luoghi inabitabili, vuoti, spopolati. La crisi del modello di sviluppo a cui stiamo assistendo, nei poli come nelle periferie prodotte dal capitalismo moderno, riguarda proprio le condizioni di abitabilità dei luoghi, per la nostra specie e per le altre.
Il turismo è una lente formidabile per indagare questo processo. Le immagini turistiche ci parlano del nostro desiderio di riconnessione con le persone, le comunità e i territori. Ma lo fanno con la costruzione di un immaginario del mondo rassicurante, semplificato e infantilizzante che è parte del problema, perché il turismo è solo un’espressione del modello di sviluppo capitalista che rende i luoghi inabitabili: da un punto di vista economico, il turismo amplia la sfera di ciò che è vendibile, mercificando anche quei beni pubblici e comuni che erano esclusi dall’economia di mercato – il Colosseo, Piazza San Marco a Venezia, o un tramonto sul mare – che diventano prodotti da cui estrarre un valore. Questo processo è poco indagato perché il turismo è visto perlopiù come esito ‘naturale’ dell’attrattività dei luoghi.
In realtà la crescita del turismo è l’esito di investimenti privati e di finanziamenti pubblici, di politiche di promozione dei luoghi e di innovazioni tecnologiche che rendono i luoghi visitabili, raggiungibili e accoglienti. Le stesse attrazioni turistiche, gli ‘attrattori’ che attirano flussi di visitatori, sono in verità delle costruzioni sociali.
Alla base del turismo c’è la ricerca dell’originale e dell’autentico. Ma l’autenticità è visibile al turista solo se è marcata, segnalata tramite un marker, un segno (un cartello, una freccia, un’insegna che indica cosa ‘va visto’). Ma se il marker segnala un’attrazione turistica, al tempo stesso la crea. Sempre più spesso, poi, manufatti realizzati con la funzione di marker di una veduta, come le ruote panoramiche o le panchine giganti, diventano esse stesse l’attrazione.
E siccome l’esperienza turistica è essenzialmente di natura visiva, con l’avvento dei social media questo processo ha compito un enorme salto di scala: non si guarda più il panorama, e neanche il marker, ma sé stessi, segnalando la propria presenza in spazi-fondale. Il mondo è diventato, come ha scritto Marco d’Eramo, un fondale per selfie.
La logica della visibilità sta trasformando non solo il mondo fisico, che si adatta per rispondere alle aspettative dei turisti in cerca di attrazioni e autenticità, ma anche come lo percepiamo, come lo pensiamo, come lo immaginiamo.
Il modo principale attraverso cui i luoghi cercano di diventare attrattivi è attraverso la logica della distinzione, dell’eccezionalità, dell’eccellenza. In altre parole, l’industria turistica si fonda sulla dissociazione dal contesto. La logica turistica separa, isola, ritaglia: la vista dev’essere straordinaria, il prodotto di eccellenza, l’esperienza esclusiva. Vende il passaggio più bello, il panino più buono, il mare più limpido. L’illusione turistica deve rompere la nostra relazione con i luoghi per poterli museificare: il contesto, sempre più mercificato, ci viene negato, deve perdere vita, per poter essere rivenduto come esperienza turistica: gli strumenti di lavoro diventano oggetti di arredamento, i paesaggi agricoli resort, le botteghe musei. Ma oggi più che mai abbiamo bisogno di fermare il processo di turistificazione per riabitare l’Italia. Abbiamo bisogno non di sguardi nostalgici rivolti al passato ma di scenari di futuri possibili. Bisogna lasciar perdere le semplificazioni e le immagini cartolina, bisogna riappropriandoci del valore delle relazioni, per liberare i con-testi dell’abitare.
Il libro
Stare al mondo. Ecologie dell’abitare e del convivere è il nuovo volume antologico della serie Dialoghi di Pistoia, edita da UTET e diretta da Giulia Cogoli. Il libro, in uscita giovedì 5 marzo, raccoglie i saggi di Chiara Alessi, Telmo Pievani, Irene Borgna, Pietro Del Soldà, Sarah Gainsforth, Emanuela Evangelista, Elena Granata, tra gli ospiti della XVI edizione dell’omonimo festival dell’antropologia del contemporaneo diretto da Giulia Cogoli e promosso dalla Fondazione Caript e dal Comune di Pistoia. In questa pagina, un estratto (a cura dell’autrice) dell’intervento di Sarah Gainsforth.