di Costanza Chirdo
Firenze, 29 marzo 2026 – «Negli ultimi quarant’anni, in Italia sono cresciuti molto i costi delle case Il problema è che, in parallelo, i salari sono rimasti fermi», spiega Sarah Gainsforth, 46 anni, giornalista e ricercatrice indipendente, autrice de L’Italia senza casa (Laterza, 2025). Nata a Roma da genitori immigrati, Gainsforth ha vissuto in prima persona l’esperienza di non avere una casa di proprietà in un contesto di veloci trasformazioni urbane, che hanno portato all’attuale situazione di emergenza abitativa. Se quarant’anni fa era più facile per la mggior parte della popolazione accedere a una casa con il proprio stipendio, adesso secondo Gainsforth sembra che lavorare non basti per vivere. L’autrice racconta come siamo arrivati a rendere le città dei luoghi che lei stessa definisce ormai «inaccessibili» alla famiglia media italiana.
Sarah Gainsforth, nel suo saggio lei afferma che nel nostro paese la politica edilizia è sempre stata uno strumento politico.
«Per i partiti l’edilizia è uno strumento per la creazione di consenso. La promozione della proprietà della casa è servita a far accettare alla popolazione una serie di riforme che in realtà andavano contro i loro interessi, costituendo tagli allo stato sociale e ai servizi pubblici. In Italia oggi è evidente che siamo in una situazione di erosione di welfare e servizi. Neanche dopo la pandemia si è investito in sanità, però si sono fatte politiche di valorizzazione immobiliare – con il bonus 110 per cento, per esempio. Si tenta sempre di tamponare la situazione alimentando l’economia della rendita, mentre in realtà sarebbe più importante avere dei servizi pubblici funzionanti e delle case con un affitto sociale. La proprietà alla fine non garantisce contro la povertà».
In che modo la “protesta studentesca delle tende” del 2023 ha riportato alla luce il dibattito sull’emergenza abitativa?
«Gli studenti sono stati le prime vittime di un processo di gentrificazione delle città che va avanti da anni. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata quando il governo ha stanziato oltre un miliardo di euro per la creazione di posti letto e poi li ha regalati a gestori di studentati privati. Gli studenti sono ancora una categoria che si organizza, quindi sono scesi in piazza con le tende».
Gentrificazione, affitti brevi e student hotels sono tutti sintomi di quella che lei definisce «privatizzazione del patrimonio pubblico». Di che cosa si tratta?
«L’offerta privata oggi è quella che va per la maggiore. Quella degli studentati di lusso si basa proprio su questo: hanno i servizi “all inclusive”, con stanza, palestra, piscina… Però costano tantissimo. In Italia oggi fa ridere parlare di libero mercato, perché finanziamo con fondi pubblici l’offerta privata. Le politiche dovrebbero ripartire proprio dalla fine della vendita del patrimonio pubblico. Invece siamo nel pieno di questa “ubriacatura anni ‘90” di privatizzazione che chiamano valorizzazione, quando in realtà valorizzazione significa solo immissione nel mercato».
La casa può essere considerata una merce?
«No. La casa ha un valore economico, sicuramente, però ha anche altri tipi di valore: sociale, culturale, affettivo. Il problema è che oggi conta solo il valore monetario. Così la casa si trasforma in merce. Ma non può essere la speculazione immobiliare il motore dell’economia, anche perché non è solo una questione delle case, è proprio una questione degli spazi in generale».
Nel libro lei parla anche della questione delle occupazioni abusive, definendola “una conseguenza della cattiva o assente gestione dell’edilizia residenziale pubblica”.
«Lo sgombero da una parte è fisiologico, nel momento in cui le occupazioni sono esperienze “antagoniste”. Però in Italia c’è una particolarità: è come se non ci fosse un apprendimento, da parte delle istituzioni, di pratiche diverse che all’estero hanno prodotto un cambiamento. Esperienze di autorecupero di edifici sono state istituzionalizzate in Germania e in Inghilterra; in Italia si fa un’estrema fatica. Ci sono dei casi locali di singole occupazioni, come Portofluviale a Roma, che poi sono diventati progetti finanziati con il Pnrr. Però sono ancora dei singoli casi. Nel momento in cui prevale la finanziarizzazione dell’abitare, questi spazi rappresentano le uniche alternative».
Quali sono quindi le politiche abitative possibili “per non morire di rendita”?
“Sono quelle politiche imperniate sui principi che nel libro sono espressi dal direttore delle politiche abitative di Barcellona. Lui dice: “Barcellona non vende suolo, non vende case, Barcellona costruisce e compra”. Questi sono i principi. Ci sono tante misure che si possono adottare e a Barcellona ne hanno introdotte almeno una decina. Sono basate su una logica di tutela di ciò che è pubblico. In Italia il settore pubblico è molto denigrato, e non si tratta di assenza di fondi: l’esempio degli studentati privati è paradigmatico di questo. L’obiettivo sarebbe il rafforzamento del servizio pubblico per sottrarre al mercato la casa, la sanità, tutti quegli ambiti dell’economia fondamentale che serve alla vita. La vita diventa impossibile se tutto diventa merce».
Secondo lei, in Italia sarà possibile muoversi in questa direzione?
«Sì, sono ottimista. Chiaramente dipende dall’esito delle lotte, perché non ci possiamo aspettare che improvvisamente cadano dall’alto delle politiche di questo segno. Dipende tutto dai rapporti di forza, dagli studenti che scendono in piazza, dalla pressione che si fa per per cambiare le cose. Sull’Italia io non so fare un pronostico. Di certo però è bello vedere, per esempio, l’elezione di Mamdani a sindaco di New York con un programma di investimento nell’edilizia pubblica e sociale».